Un concerto con doppio “giallo”

Un concerto di musica antica, come quello tenuto sabato 24 ottobre a Mondovì dall’Orchestra giovanile dell’Academia Montis Regalis diretta da Fabio Bonizzoni, è sempre un concentrato di storia della musica europea: in questo caso, della musica barocca d’Oltralpe, tra Germania, Francia e Gran Bretagna, rappresentate rispettivamente da Bach, Muffat e Purcell. Ma questo concerto si tinge due volte di “giallo”: una per quanto riguarda l’attribuzione del primo pezzo eseguito, la suite bachiana in sol minore BWV 1070; l’altra per quanto riguarda il secondo autore in programma, Muffat, la cui la ciacona dal concerto grosso Propitia Sydera è identica alla sua passacaglia in sol maggiore dalla sonata n.5 dell’Armonico Tributo.

Nel primo caso, non è necessario essere filologi musicali per dubitare fortemente che questa suite sia opera di Johann Sebastian: in tutti i tempi ci sono “stranezze” che mal si addicono al cantor di Lipsia – effetti d’eco sospirosi, imponenza tumultuosa, impazienza, dolcezza inquieta, polifonia di cui si ha fretta di sbarazzarsi – e inducono gli esperti ad attribuirla piuttosto al di lui figlio maggiore, Wilhelm Friedemann, un musicista di grande talento che pare avesse il “vizio” di appropriarsi del nome del padre…

Nel secondo invece, premesso che ciaccona e passacaglia sono entrambe danze rinascimentali  di origine spagnola e che la passacaglia presenta grandi affinità con la ciaccona, dalla quale appunto deriva, è stato Muffat stesso a rimaneggiare le sonate della raccolta l’Armonico Tributo, pubblicata a Salisburgo nel 1682, trasformandole nel 1701 nei 12 concerti grossi della raccolta Ausserlesene Instrumental-Musik… 
Comunque, passacaglia o ciacona che sia, il brano ha tutt’un altro respiro, un’altra fluidità rispetto al precedente – è un rincorrersi di onde verso la spiaggia o di uccelli in volo nel bosco; ad ogni ritorno dei vari temi si spalancano panorami sempre diversi, scenari nuovi, in un intreccio di masse sonore che si scambiano continuamente di posto; l’interpretazione ne mette fortemente in risalto la struttura dialogica, da “concerto grosso” appunto.

Lo stesso avviene nel travolgente Prelude di Purcell, in cui il dialogo tra violini e bassi è così serrato da diventare un vero e proprio botta-e-risposta. L’atmosfera è quella delle musiche per scena, usate come introduzione e collegamento fra gli atti della semi-opera e come base per danze, e caratterizzate da grande varietà di “affetti”, dalla trascinante dolcezza alla dimensione fiabesca, dallo slancio dinamico al sogno.

Con l’ultimo brano eseguito, il concerto in re minore per due violini e orchestra BWV 1043, si ritorna in Germania, tra le braccia di Johann Sebastian Bach, quel monumento musicale che porta a compimento, in tutti i sensi, l’epoca barocca.
Sul modello del concerto solistico vivaldiano, Bach alterna episodi solistici a parti a piena orchestra, ma vi innesta l’elaborazione contrappuntistica di tradizione tedesca. I due solisti spesso suonano lo stesso motivo in successione, a canone, e lo stesso fa l’orchestra, di modo che la densità della struttura fugata diventa non solo fattore di coesione formale, ma esaltazione della musica come ragione di vita, armonia che contempera gli opposti, elide le antinomie, accorda le dissonanze, rappacifica e riconcilia. Come nella musica, anche nella vita il ritmo è tutto; qualunque tempesta si può affrontare se si tiene il ritmo, se ci si abbandona al ritmo – questo sembra dirci Bach attraverso l’esecuzione impeccabile di questi musicisti.

Gabriella Mongardi

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