L’alba del Classicismo

L’ultimo concerto dei bravissimi “Giovani dell’Academia Montis Regalis”, sabato 7 luglio, sotto la direzione del maestro Enrico Onofri, è stato quest’anno inserito nel prestigioso Festival dei Saraceni, alla sua cinquantunesima edizione, ed era naturale che questo succedesse prima o poi, dati i legami non solo geografici tra Mondovì e Pamparato, piccole “capitali” della musica antica eseguita filologicamente.

L’alba del classicismo era il suggestivo titolo del concerto, che si proponeva di esplorare la produzione musicale del secondo Settecento, quel periodo di transizione tra Barocco e Classicismo che vide l’ “esplosione” del genere sinfonico: la sinfonia si emancipò dal suo ruolo di mera introduzione operistica e divenne un componimento orchestrale articolato in tre o quattro movimenti fra loro contrastanti, e fu il milanese G.B. Sammartini (1700-1775) il primo a imprimervi questa svolta, poi seguita grandiosamente da Mozart e Haydn, il cui testimone sarà raccolto da Beethoven. Il programma prevedeva appunto musiche dei due fratelli Sammartini (Giuseppe e Giovanni Battista) e del veneziano Baldassarre Galluppi, nella prima parte; di Mozart e Haydn, definiti nel programma di sala “i due Dioscuri del classicismo viennese”, nella seconda.

Con il concerto op.4 n.3 in sol minore di Giuseppe Sammartini siamo ancora in piena temperie barocca: la musica è pacata e fluente come il mare nell’andante, vigorosa e scandita nell’allegro; la sarabanda è dolcissima e trascinante, mentre il minuetto finale è un vortice di scale e arpeggi, con tutti gli archi in pizzicato tranne i solisti. Galuppi nel suo concerto n.3 in re maggiore ha languori e fremiti lagunari, equorei, sognanti trasparenze e guizzi fiammeggianti: dopo l’introduzione orchestrale il canto dei solisti è trapuntato di singhiozzi e gorgheggi.

La sinfonia in la maggiore J-C 62 del più giovane fratello Sammartini è un fuoco d’artificio di accordi e ritmi cangianti. L’interpretazione è ironica e giocosa nel suo virtuosismo accresciuto dalla velocità, e diventa travolgente nel finale: il maestro Onofri dirige e suona lui stesso con tutto il corpo, come danzando, e il suo concentrato ardore si trasmette a tutti e a tutto, tutto viene rinnovato.

Il primo movimento del celeberrimo divertimento in re maggiore KV 136 di Mozart, eseguito leggermente più lento e strascicato, quasi swing, diventa più melodioso e dolce, addirittura acquista una profondità meditativa vertiginosa; per contro il secondo movimento, leggermente più veloce, è tutto grazia e leggerezza, l’intreccio delle linee melodiche, che ora trascolorano da uno strumento all’altro, ora risuonano all’unisono, è semplicemente sublime. Nell’ultimo movimento è come se cozzassero insieme “due secoli l’un contro l’altro armato” e la forza centripeta del ritmo faticasse a contrastare la forza centrifuga delle linee di fuga, il nervosismo della melodia.

Grazie all’interpretazione vivificante che ne è stata data, anche Haydn sembra un altro: il suo concerto in sol maggiore Hob. VIIa:4 ha una verve insospettata, slanci, anfratti, sorprese a raffica, Sono passaggi continui da tumulto a delicatezza, chiaroscuri struggenti, crescendi appassionati che il suono scuro, pastoso, a volte quasi drammatico di questa orchestra fa risaltare al massimo.

Il presto mozartiano concesso come bis conclude alla grande una serata superba.

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